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Pensieri e parole

Con la testa tra le nuvole

Da bambina mi dicevano sempre che vivevo con la testa tra le nuvole. Anche quando giocavo con le mie bambole era come se vivessi in un altro mondo: inventavo storie fantasiose, che "recitavo" insieme a loro e che, giorno dopo giorno, si arricchivano di nuovi particolari; i miei sogni erano sempre nuove avventure da "recitare" con le mie bambole. Ricordo che ero come ipnotizzata davanti ai libri di favole, con tutte quelle storie, quelle immagini... quasi volessi entrare anche io a far parte di quelle meravigliose avventure! Ho imparato a leggere e a scrivere le prime parole ancora prima di andare a scuola, tanta era la mia curiosità. E il giorno che ho deciso di prendere in mano la penna per dare vita al mondo immaginario che avevo in testa, ho provato una delle sensazioni più belle della mia vita! E da allora non ho più smesso di scrivere...

Amo la scrittura perché mi permette di esprimermi. Mi affascina qualsiasi forma di scrittura, dalla poesia al racconto fantasy, dal romanzo all'articolo giornalistico. Adoro leggere, amo sfogliare le pagine di un libro ed aggirarmi tra gli scaffali di una libreria. Mi piace osservare le persone, scavare nella loro anima, capire la loro essenza e non mi fermo mai alla prima impressione. E magari in qualcuno trovo anche l'ispirazione per un nuovo personaggio...

Scrivere è una sensazione che mi porta lontano, quando mi immedesimo nel personaggio che sto creando, diventando tutt'uno con esso. Ed è come se stessi sognando: invento situazioni, luoghi e nomi; immagino i movimenti, le sensazioni e le emozioni.... sperando di far vivere a chi mi legge le stesse paure, tristezze, felocità o speranze che sto provando io. Scrivere è anche questo: trasmettere emozioni, creare empatia tra te ed altre persone totalmente sconosciute, riuscire ad arrivare al loro cuore.

                                                                                                  Ilaria

                                                                 

Il mio libro

Questo è il primo racconto che ho scritto. È una storia avventurosa, un fantasy per ragazzi che amano la natura e gli animali...

È l'unico ad essere uscito dal mio cassetto dei sogni e, come per magia, è diventato un libro... il MIO LIBRO!

 

Se volete saperne di più, visitate questa pagina su Facebook: http://www.facebook.com/home.php?#/pages/GLI-EROI-DELLA-FORESTA-di-Ilaria-Baldini/378375090388?ref=sgm

 

Se volete acquistarlo, lo trovate su:   www.andmybook.it  da cui è stato pubblicato 

e su:  www.ibs.it   www.deastore.com   www.webster.it   www.libreriauniversitaria.it

 

Il re

Una folla silenziosa entra piano nel Tempio. Il sacerdote osserva, in piedi davanti all'altare; mai il Tempio era stato così affollato, nemmeno per le solenni celebrazioni. Ma oggi tutti vogliono essere presenti, per rendere omaggio a Lui, il Re.

Oggi è il giorno che lui ha sognato fin da piccolissimo... Lo diceva sempre alla sua mamma: "Un giorno sarò Re! E tutti chineranno la testa al mio passaggio, e allungheranno le mani per gettarmi un bacio, e i loro occhi saranno pieni di lacrime di gioia, perché saranno felici per me e per i miei genitori!"

Quel giorno è arrivato e tutti sono lì per lui. Quando finalmente arriva, la folla si divide per lasciarlo passare; tutti chinano la testa e allungano una mano, gettandogli un bacio; e i loro occhi si riempiono di lacrime per quel Re che, a soli sette anni, ha realizzato il suo sogno: una folla di persone che lo amano e che si commuovono per lui...

Lui osserva tutto dall'alto: è esattamente come lo aveva sognato. Vorrebbe fare una carezza ad ogni persona che è lì per lui, vorrebbe abbracciare forte i suoi genitori e ringraziarli per tutto ciò che hanno fatto... ed una lacrima scende piano dai suoi occhi azzurri come il cielo.

Oggi è il giorno del suo funerale. La leucemia ha realizzato il suo sogno di bambino: essere un Re... almeno per un giorno.

 

Dedicata al piccolo Leonardo, che vivrà per sempre nel cuore di chi gli ha voluto bene.

 

Il mercante e gli strilloni

Oggi è giorno di mercato e la piazza è colma di persone. Da ogni banco si odono richiami ad acquistare ogni genere di mercanzia.

C'è chi intona uno stornello: fermatevi qui, è il banco più bello!

C'è chi promette sconti fenomenali e chi lusinga le signore, per rifilare sòle colossali.

E le comari, a suon di spintoni e gomitate, si affollano attorno ai banchi tutte sudate.

E frugano, arruffano, si litigano un maglione e, nella fretta, si strappa anche qualche camicetta.

Ma una signora, che si era tenuta un pò distante, nota lì vicino un silenzioso mercante.

Allora si avvicina, con calma osserva la sua merce: è pura seta e confezionata molto bene. Curiosa, chiede al mercante come mai non pubblicizzi quel che vende. Lui le risponde con un sorriso: "Vede signora, se io facessi come gli strilloni, tutti si lancerebbero sulla mia seta e in due minuti la straccerebbero. Preferisco venderla solo a chi sa apprezzare il suo valore e si prende il tempo per osservarla con delicatezza. E chi la indosserà saprà di essere uno dei pochi a possedere un oggetto di gran valore, e si rallegrerà per averlo saputo notare, tra tanta merce scadente così ben reclamizzata".

La signora ringrazia il mercante e se ne torna a casa, con la preziosa seta appena acquistata, pensando che anche con le persone bisognerebbe usare la stessa accortezza. Mai farsi incantare da fiumi di parole, lustrini e capriole. Bisogna saper ascoltare quello che ci viene detto col cuore.

 

Cosa ne pensi dei giovani d'oggi?

Tempo fa qualcuno mi rivolse il suddetto quesito, chiedendomi se condividevo l'opinione comune che ci classifica tutti come dei bamboccioni...

Bella domanda! Effettivamente molti miei coetanei non danno una buona impressione della gioventù attuale. Se pensiamo che, ai tempi dei nostri nonni, i ragazzi della nostra età già lavoravano tutti e magari consegnavano buona parte del loro stipendio ai genitori - per contribuire alle spese famigliari - mentre gli adolescenti di oggi pretendono la sacrosanta paghetta - per poi spenderla in birre, sigarette, abbigliamento firmato, locali alla moda... Messa così, non ci facciamo una gran bella figura!

Ma - attenzione - ho detto che questa è l'impressione che danno. Magari a quegli adulti che li giudicano senza domandarsi se quella "generazione di sbandati" non sia il risultato dei loro insegnamenti (se è vero che "i bambini imparano quel che vivono")...

A questo punto mi chiederete: ma tu da che parte stai?

Io sto dalla parte di chi ha la consapevolezza che i giovani - se ben indirizzati - sanno trovare la loro strada e dimostrare quel che valgono. E i buoni esempi - per chi li sa vedere - sono sotto gli occhi di tutti: sto parlando di volontariato, impegno nello studio, interessi culturali, coscienza civile... Quanti giovani, ogni giorno, si attivano in queste direzioni? Nessuno li vede? Forse perché sono meno esibizionisti dei loro coetanei bamboccioni. Ma esistono, ve l'assicuro, e ne conosco tanti!

Qualcuno osserverà che non sono certo la maggioranza... Può darsi, io però penso che non sia comunque giusto fare di tutta l'erba un fascio e che - sempre metaforicamente parlando - se la pianta cresce storta forse non è stata sostenuta come si deve...

Riscoprire i valori

Nel mio post  Cosa ne pensi dei giovani d'oggi?  dicevo "se la pianta cresce storta, forse non è stata sostenuta come si deve" ...  Leggete cosa ne pensa Giovanni Bollea, neuropsichiatra infantile.

Da Il Messaggero:

L’esplosione di comportamenti devianti dei nostri giovani non è più una questione legata a qualche comportamento individuale e isolato. E’ un vero e proprio allarme sociale. La sfida deve essere affrontata, combattuta e vinta dall’alleanza tra genitori consapevoli del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, e una scuola che ritorni ad essere un luogo dove si insegnano e si trasmettono valori.

I giovani devono riscoprire fiducia e speranza nel futuro, e questo con genitori deboli e deresponsabilizzati, e una scuola incapace di educare, è impossibile.

Dobbiamo renderci conto che l’età che va dai 12, 13 anni fino ai 18, è un’età terribile. In questi anni, il genitore pensa che sia giusto intromettersi poco nella vita dei figli con la scusa che bisogna concedergli la libertà e il potere di fare ciò che vogliono. E’ un gravissimo errore.

I genitori hanno il dovere di parlare coi figli, di trasferire il valore del sacrificio, il principio di autorità, la forza sana e gioiosa di costruire il futuro con le proprie mani. Devono sapere tutto dei loro figli adolescenti. Come trascorrono le loro giornate, chi sono e cosa pensano i loro compagni di classe, se la loro scuola è colpita dal fenomeno del bullismo, se provano attrazione per qualcuno o qualcosa. Ma devono sapere soprattutto quali sono le aspirazioni dei loro figli, magari ponendosi loro stessi una domanda cruciale: che cosa sono in grado di insegnare loro?

Noi oggi abbiamo più spesso a che fare con genitori insicuri, devastati dall’ansia, timorosi.

E’ la famiglia come luogo primario di formazione e di socializzazione ai valori che è entrata in crisi. Conosciamo così padri demotivati incapaci di offrire ai figli un modello di autorità; genitori “contrattuali” che non insegnano cosa è il bene e cosa è il male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma preferiscono basare il loro rapporto coi figli in base allo scambio: se fai il bravo ti compro il motorino, se studi ti compro il computer, il telefonino di ultima generazione o la macchina. I genitori sono terrorizzati che i loro figli possano scappare da casa o suicidarsi e allora cercano di accontentare ogni capriccio, senza stabilire nei loro confronti una gerarchia di valori. Ma se non ci sono i soldi per accontentare le loro voglie, ecco che arrivano rapide e devastanti la depressione e al rabbia, la vita perde di senso e di valore.

E’ triste constatare che non insegniamo più ai ragazzi il valore del lavoro, il senso profondo del far bene come molla del far meglio. Poi, mettiamoci la tv che propina i valori del successo e del denaro facile, e il gioco perverso è completo.

I ragazzi hanno bisogno di genitori con una personalità forte, consapevole del ruolo degli adulti nella società, capace di affronatre gli eventi senza farsene sopraffare.

Ma non basta. ANCHE LE ISTITUZIONI DEVONO FARE LA LORO PARTE.

In primis devono favorire la PARTECIPAZIONE DEI GIOVANI ALLA VITA PUBBLICA.

In secondo luogo occorre RIPRISTINARE IL PRINCIPIO DI AUTORITA’.

Sono stato per anni fiero avversario del carcere minorile, ma, arrivati a questo punto, penso che debba essere reintrodotto nelle forme adeguate per i reati più cruenti e violenti. Solo colpendo alla radice questo fenomeno, si può spezzare quel circolo vizioso.

In terzo luogo la SCUOLA, la quale deve adeguarsi ai più alti standard europei. Deve ritornare ad essere il luogo dove, anche con la disciplina, si trasmettono i valori del merito, della solidarietà, della responsabilità e della fiducia nel futuro, sottraendo i ragazzi agli effetti perversi della pubblicità come meccanismo ubiquo di creazione di falsi idoli.

 

I valori della vita

RISPETTO

Verso le persone e le cose, ma prima di tutto il rispetto per noi stessi, per la nostra stessa vita. Siamo noi a costruirla giorno dopo giorno, siamo solo noi a decidere come sarà. Rispettiamo l'ambiente che ci circonda e la società in cui viviamo. Diamo rispetto e poi potremo pretenderlo a nostra volta.

FAMIGLIA

I nostri genitori ci hanno dato la vita, ci hanno cresciuto, condividono con noi le nostre esperienze. Amiamoli e rispettiamoli, aiutiamoli nei momenti di difficoltà e non abbandoniamoli mai. Perché non troveremo mai chi ci ama più di loro.

ONORE

Sembra quasi un principio vecchio, superato, invece è un valore che purtroppo si sta perdendo in un mondo dove le vigliaccherie, i tradimenti e le scorrettezze dilagano. L'integrità di una persona è cosa rara, ma da elogiare. Una persona integra non tradisce, non sparisce nel nulla, non ha bisogno di scorrettezze per raggiungere un obiettivo. L'onore nobilita l'uomo che lo conserva.

CORAGGIO

Il coraggio delle proprie azioni e delle proprie parole; il coraggio di prendere delle decisioni, di guardare sempre negli occhi una persona parlandole. Il coraggio di non mollare mai, di non voltare le spalle e fuggire.

AMORE

Per il mondo che ci circonda, le persone, gli animali, l'ambiente. Amiamo a cuore aperto: questo a volte ci espone a delle sofferenze, ma ci può dare alcune delle più grandi soddisfazioni della nostra vita. Un semplice sorriso può cambiare le cose. E non è poco.

AMICIZIA

Quella vera dura tutta la vita. Non è un legame di sangue, ma forse è il legame più forte che ci possa essere, differente dall'amore. Un vero amico è un pilastro fondamentale della nostra vita. L'amicizia ci aiuterà nei momenti difficili, ci farà essere vicini ai nostri amici in difficoltà. Ci porterà anche delle pugnalate alle spalle... Ma il gioco vale la candela.

Prendetemi per matta, datemi della sognatrice, ridete pure di me... ma IO CREDO IN QUESTI VALORI. Sono i punti fermi della nostra vita, senza i quali perderemmo di vista ciò che vogliamo essere e dove vogliamo andare.

Vampiri: figure misteriose e affascinanti

In molti classici si può trovare questa figura misteriosa e mostruosa, ma allo stesso tempo affascinante. Sul sito internet Wikipedia si definisce il vampiro"un non-morto che per varie ragioni ritorna dalla tomba, per tormentare e uccidere i vivi, molto spesso succhiando il loro sangue".

Un classico della letteratura che, fin dall'inizio, ha avuto un grande successo è "Dracula" di Bram Stocker. In quest'opera l'autore si ispira al principe Vlad III Tepez, detto Dracula perché il padre apparteneva all'ordine cavalleresco del Drago. Questo principe non aveva niente in comune con il mito del vampiro, ma era famoso per le sue tremende gesta sanguinarie.

Oltre che nella letteratura, questa figura mitologica è protagonista anche di alcune poesie. La più importante di esse è "Il vampiro" di Charles Baudelaire, in cui si parla del rapporto di amore-odio tra il vampiro e una ragazza. Il sentimento è messo in rilievo soprattutto nella bellissima frase "Una volta liberato dal suo dominio, per i nostri sforzi, tu faresti rivivere il cadavere del tuo vampiro, con i baci tuoi". È evidente che il legame tra il vampiro e la ragazza è molto forte e sensuale.

Una storia simile è narrata nel libro "Twilight" di Stephanie Meyer, in cui una ragazza si innamora di un suo nuovo compagno di scuola, un tipo introverso, solitario e misterioso. Tuttavia, anche dopo aver scoperto che in realtà lui è un vampiro, il suo sentimento non viene meno. Anzi, riuscirà a fare innamorare lo stesso vampiro che, per amor suo, troverà la forza di resistere alla tentazione di succhiarle il sangue e ucciderla.

Il grande successo riscosso dal libro, soprattutto fra i giovani, ha dato il via ad un filone commerciale della serie "Twilight", con la produzione di altri libri a seguito del primo, e successivamente con la realizzazione di film - tratti dal libro - che hanno riempito le sale cinematografiche per diverse settimane. Il fenomeno si è poi esteso a DVD, magliette, figurine e via di seguito...

In molti si sono chiesti perché queste figure mostruose piacciano così tanto, soprattutto agli adolescenti. Probabilmente perché i vampiri sono esseri misteriosi e surreali, ma anche in grado di provare forti sentimenti, da sembrare - agli occhi di chi legge o segue un film - personaggi talmente affascinanti e intriganti al punto che alcuni giovani hanno addirittura affermato di rispecchiarsi - per certi aspetti - in queste creature mitologiche.

Parla Rubbia: altro che nucleare, il futuro deve essere costruito sul sole!

 

In una recente intervista, Carlo Rubbia ha dichiarato:

“Il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra”.

" Quando è stato costruito l’ultimo reattore in America? Nel 1979, trent’anni fa! Quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dallo Stato per mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie”.

“ Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali."

" Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell’umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l’anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso”.

“C’è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.

"I nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l’energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l’acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente”.

Se è così semplice, perché allora non si fa?

“Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’è accaduto del resto per il computer vent’anni fa”.

 

Manteniamo viva la poesia

Cosa ne è stato della poesia? I grandi poeti come Dante, Pascoli, Foscolo un tempo molto apprezzati, oggi a molti risultano noiosi. Certo, quasi tutte le famiglie possiedono almeno un testo della bellissima letteratura italiana ma, per la maggior parte, si tratta di romanzi. È sempre più raro trovare una famiglia che sia in possesso di una raccolta di poesie, specie dei grandi poeti del passato. Spesso questi libri vengono dimenticati, nascosti in un angolino della libreria, sotterrati da romanzi moderni. Forse proprio questi romanzi hanno contribuito a rendere meno interessante la poesia: scritti in un linguaggio più semplice e attuale, risultano certamente più comprensibili.

Eppure la bellezza della poesia risiede proprio in quei simboli nascosti, in quel fonosimbolismo utilizzato soprattutto da Pascoli, secondo il quale le parole - con il loro stesso suono - suscitano delle sensazioni e alludono a qualcos'altro. In questo modo sta al lettore dare un significato alla poesia, interpretarla. Con i romanzi invece, al lettore è richiesta una minore immaginazione, poiché non vengono utilizzati simboli, ma i fatti sono descritti normalmente.

"La poesia è, ormai, un genere letterario sempre più specialistico, che non interessa nessuno, o quasi, al di fuori delle università e di una cerchia ristretta di cultori" afferma Vassalli. In effetti, se la scuola non inserisse gli antichi poeti nel programma di studio, probabilmente qualcuno non li conoscerebbe neppure. Ma forse proprio la scuola è una delle cause per cui la poesia antica è diventata "noiosa". I ragazzi sono costretti a studiare questi autori, mentre in passato venivano letti liberamente. In ogni caso, la nuova società delle comunicazioni di massa ha contribuito all'"estinzione" della poesia. Al giorno d'oggi, per esprimere i propri pensieri non si utilizza più la poesia, come una volta, bensì la radio, i giornali, Internet e soprattutto la televisione.

Eugenio Montale afferma che "sotto lo sfondo così cupo dell'attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità". Se ci pensiamo bene, queste nuove forme di comunicazione sono sì molto utili, ma non così affascinanti da poter sostituire la poesia. Il problema è che, purtroppo, i giovani si lasciano condizionare dalla moda e dai mass-media. Questo è un modo per farsi accettare dagli altri, per non essere considerati "diversi". Ma allora, in una società in cui tutti si vestono, si comportano e si esprimono allo stesso modo, è la poesia o siamo noi ad essere "noiosi"?

Ma "la poesia è irreversibilmente morta... oppure è viva e lotta con noi?" si domanda Raboni in un articolo del "Corriere della sera". Gli risponde Conte, scrivendo che "la poesia non muore mai del tutto". È vera questa affermazione? Certo che sì, dal momento che c'è ancora qualcuno che ama scrivere poesie ed esprimere i propri sentimenti tramite esse. Sicuramente sono pochi oggi i ragazzi che rivelano i propri sentimenti alle ragazze dedicando loro una poesia. Ma qualcuno lo fa ancora e questo lo rende originale.

In ogni caso, la poesia odierna non è così affascinante come quella "simbolica" del passato. Cosa fare, allora, per recuperare l'antica "vera" poesia? Innanzitutto, più che gli autori, bisognerebbe amare la poesia, in quanto rappresenta la cultura italiana. D'altronde, è la stessa poesia che mantiene viva la memoria del poeta, come sosteneva Foscolo con la sua teoria della "poesia eternatrice".

"Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo" sosteneva Orazio, riferendosi alla poesia, la quale avrebbe contribuito a mantenere viva la sua memoria. E così è stato.

Piccola stella senza cielo

Tu che mi guardi dall'alto della tua superbia... Sì, proprio tu, che mi chiami sfigata perchè non ho la tua sfrontatezza, la tua facilità di parola, la tua sicurezza... Ti sei mai ascoltata quando parli? Sei così sicura che quello che dici abbia un senso? Sei sicura di dire quello che pensi, oppure dici quello che gli altri si aspettano che tu dica? La tua sicurezza, la tua sfrontatezza... forse servono solo a mascherare le tue fragilità, le tue insicurezze e la paura di mostrarti agli altri come veramente sei.

Pensaci bene: tra le due, chi è la vera sfigata? Io non ho paura di dire sempre quello che penso, anche se non è quello che pensano gli altri. Io non ho vergogna a mostrarmi come sono, anche se significa essere diversa dalle altre... Ma forse è proprio questo che ti dà fastidio: io non recito una parte per essere accettata dal gruppo. Io sono sempre me stessa! E tu?

Adesso mi dirai che sono solo una stupida idealista, un'ingenua sognatrice... Ma se non sogno adesso, a sedici anni, quando dovrei sognare? Quando avrò un mutuo da pagare, una casa da pulire, un figlio da crescere, una suocera da sopportare?...

Non aver paura di sognare! È adesso che devi farlo! Scendi dal piedistallo e vivi la tua vita con semplicità, senza recitare una parte che non ti appartiene... e che non ti rende giustizia!

Non bruciarti, piccola stella senza cielo.

Quando il disagio diventa creatività

Diverse possono essere le circostanze nell'arco della nostra vita in cui ci troviamo di fronte a problemi e situazioni che ci procurano disagio. Difficoltà nella relazione con gli altri, mancanza di determinazione o di decisione, il difficile passaggio dall'adolescenza all'età adulta, la difficoltà a comunicare ed esprimere le proprie emozioni. È un disagio che ci attraversa ma che non riusciamo ad identificare o trasformare e con il quale impariamo a convivere nostro malgrado.

Un vecchio detto recita "canta che ti passa", in realtà ogni attività artistica contribuisce alla liberazione delle nostre energie concretizzandole in un fare creativo che diventa catartico, liberatorio. Il momento della creazione rappresenta un istante prezioso, in cui prende vita qualcosa di unico, fino a quel momento rimasto nascosto. Qualcosa che si espone per essere condiviso, per comunicare, esprimersi.

L'evento creativo è un insieme di esperienze emotive e sentimenti inespressi. Il mondo emotivo interno di ciascuno di noi lievita, trabocca, scorre con energia e, talora, con sofferenza, per manifestarsi al mondo esterno; il momento creativo può essere definito come un'emozione che viene alla luce. Si utilizzano le potenzialità che ognuno di noi possiede, per elaborare artisticamente il proprio vissuto.

"Un poeta, quando soffre, non discute mai da che parte viene il male. Lo accetta e basta. Lo indossa e diventa un abito incandescente. Diventa poesia. Se mi domandano dove traggono origine i miei versi, io rispondo: mi basta un'immersione nell'anima e vedo l'Universo." ALDA MERINI

Il sottile confine che deliminta la demarcazione tra creatività e disagio costituisce un enigma che affascina l'uomo da millenni. Il disagio può essere occasione per giungere a contatto con aspetti del proprio sé che altrimenti resterebbero ignoti. Numerosi studi sulla creatività sottolineano l'importanza del disagio per lo sviluppo di quelle attitudini immaginative e di innovazione che sono caratteristiche della produzione creativa.

"Perché tutti gli uomini eccezionali, nell'attività creativa, filosofica, artistica o letteraria, hanno un temperamento melanconico? I melanconici sono persone eccezionali, non per malattia, ma per natura: non è la malattia che li fa grandi, ma è la loro grandezza che è tale da superare la malattia" ARISTOTELE

Anna e il suo Diario

È la notte fra il 9 e il 10 novembre 1938 quando in Germania si verifica la cosiddetta "notte dei cristalli": i negozi vennero devastati, le sinagoghe incendiate dai nazisti. Gli ebrei, oltre a subire la requisizione dei beni, furono obbligati a portare sugli abiti la stella gialla come segno di riconoscimento; molti furono arrestati, alcuni deportati nei campi di concentramento e uccisi. tutto questo avvenne sotto il dominio di Hitler, il quale intendeva distinguere la razza ariana - che a suo parere era da considerarsi pura - da quella ebrea, una razza inferiore. Intorno al 1941-42 si assistette ad un vero e proprio genocidio, con la "Shoa" (parola ebrea che significa annientamento): inizialmente gli ebrei vennero deportati nei campi di concentramento e reclusi nei ghetti, dove morivano per fame e malattie; in seguito venne utilizzato il sistema delle gassazioni, prima in appositi autocarri, poi in campi attrezzati allo scopo con camere a gas e forni crematori.

In questo contesto visse Anna Frank, finché il padre Otto decise di trasferirsi con la famiglia dalla Germania ad Amsterdam per sfuggire alle persecuzioni scatenate dalle leggi raziali di Hitler. Ma, in seguito all'invasione tedesca dell'Olanda, il 6 luglio 1942 Anna, i genitori e la sorella Margot, furono costretti a rifugiarsi in un alloggio segreto. A loro si uniscono altre quattro persone: i coniugi Van Daan con il loro figlio Peter e il dentista Dussel. Nei due anni seguenti nessuno di loro uscirà più all'aria aperta.

"Quante cose mi vengono in mente di sera, quando sono sola, o durante il giorno quando debbo sopportare certa gente che mi disgusta! Perciò finisco sempre col ritornare al mio diario: è il mio punto di partenza e il mio punto di arrivo; perché lui è sempre paziente. La carta è più paziente degli uomini"

Costretta ad abbandonare gli amici e a vivere reclusa, insieme ad altre sette persone, nell'alloggio segreto ricavato da un sottotetto, Anna confida tutte le sue aspirazioni e le sue angosce al diario segreto che le è stato regalato per il suo tredicesimo compleanno e che lei chiama con l'appellativo "Kitty". Da questo diario emergono vari aspetti della personalità di Anna. In particolare, attraverserà tre diverse fasi: nella prima è una ragazzina ancora immatura e impulsiva, che mostra insofferenza nei confronti degli adulti con cui si ritrova a vivere; nella seconda si mostra più arrendevole ma tende a chiudersi in se stessa, si sente incompresa e si rifugia nella lettura e nella scrittura; nella terza è ormai matura, vive un idillio amoroso con Peter e ritrova la sua voglia di vivere, semplicemente guardando il cielo sereno. Nell'ultima pagina del diario, Anna afferma di essere combattuta fra le sue due metà: una esuberante e allegra, che tende a prendere tutto alla leggera e l'altra più pura, profonda e sensibile, che lei ha mostrato solo al suo diario. È come se, in un certo senso, Kitty fosse l'unica amica rimasta e l'unica di cui può fidarsi, sapendo che lei non la tradirà mai. Perché - afferma Anna - "la carta è più paziente degli uomini". Del resto, l'insofferenza che Anna dimostra nei confronti delle persone che la circondano si può spiegare col fatto che lei, unica bambina in mezzo agli adulti, in realtà si sente l'unica adulta: mentre gli altri non riescono a pensare ad altro che alla morte e alla sofferenza, lei invece cerca nella propria storia un significato universale. Anna, dunque, si sente soffocare, oltre che dalla mancanza di libertà, anche da questi monotoni discorsi fra adulti. Non può fare a meno di sentirsi incompresa e abbandonata a se stessa. Si trova così a convivere, con la sua noia e la sua angoscia, fra la noia e l'angoscia degli altri. I suoi capricci e i suoi sentimenti di adolescente sono considerati dagli adulti come insignificanti fenomeni transitori, mentre per Anna acquistano naturalmente un'importanza più rilevante, poiché essi sono anche la conseguenza di quanto le sta accadendo. Anna è stata obbligata a lasciare la scuola, gli amici, la sua vita di sempre, a sacrificare la sua libertà e questa - infondo - è la più terribile ingiustizia che ha dovuto subire.

"Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le speranze non sono ancora sorti in noi giovani che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà il tempo in cui forse saranno ancora attuabili"  15 luglio 1944

Il diario di Anna si conclude qui, ma la sua vita e quella degli altri no. Vengono scoperti dalla Gestapo il 4 agosto e vengono deportati in vari campi di concentramento tra cui Auschwiz. Anna muore nel marzo del 1945, di tifo, nel campo di concentramento di Bergen Belsen, circa tre settimane prima dell'arrivo delle truppe inglesi.

Quando l'amore diventa odio

L'amore è indubbiamente il sentimento più forte che un individuo possa provare nei confronti di un'altra persona. All'inizio è amicizia: due persone hanno bisogno di conoscersi e di interagire tra di loro per capire se possono stare bene insieme. Se entrambi pensano che sia possibile, danno inizio ad una relazione.

Ma, proprio quando si è convinti che i giochi siano fatti, ecco che inizia la fase più difficile. I partner, infatti, si inviano inconsciamente dei messaggi, in modo da far capire all'altra persona quello di cui hanno bisogno. Se uno dei due non recepisce questi messaggi o li ignora, la relazione finisce. Quando un legame si scioglie si può andare incontro alla depressione, causata dalla perdita di una persona molto importante. Si avverte come un vuoto dentro di noi, che solo quella persona può colmare. A volte, questo può portare all'odio verso la persona amata.

Ecco così spiegati i tanti omicidi passionali di cui sentiamo spesso parlare. La consapevolezza di aver perso, forse per sempre, la persona amata può portare a compiere un gesto folle, facendo del male al partner e, in alcuni casi, anche a se stessi.

Gabriele D'Annunzio descrive magnificamente questa situazione nel romanzo "Il trionfo della morte", in cui il protagonista - Giorgio - si getta in un dirupo trascinando con sé Ippolita, la donna che ama. "Fu una lotta breve e feroce - scrive D'Annunzio, nella parte finale del romanzo - come tra nemici implacabili che avessero covato fino a quell'ora nel profondo dell'anima un odio supremo".

L'odio può essere generato anche dal sentirsi traditi, come nel caso di Emilio - protagonista del romanzo "Senilità" di Italo Svevo - il quale ha una relazione con Angiolina, che lui chiama "Ange" perché la vede quasi come un angelo. Il migliore amico di Emilio - Stefano - la chiama invece "Giolona", in tono dispregiativo, perché ha capito che è una ragazza che si vende agli uomini e cerca di farlo comprendere anche all'amico. Quando finalmente Emilio riesce a vedere Angiolina per quella che è, nutre un odio profondo verso di lei. Ma la passione lo porta a mantenere il legame con Angiolina, pur rendendosi conto di "aver posseduto la donna che odiava, non quella ch'egli amava".

Si può provare odio anche di fronte ad un amore proibito. Ne è un esempio la novella "La lupa" di Giovanni Verga, in cui un uomo prova una forte attrazione per la madre della sua compagna. Sapendo di non riuscire a resistere al fascino della donna, cerca di dominare la propria debolezza, tanto che un giorno minaccia di ucciderla: "Sentite! Non ci venite più nell'aia, perché se tornate a cercarmi, com'è vero Iddio, vi ammazzo!"

Ed è odio, generato da un amore impossibile e respinto, quello che spinge l'arcidiacono Frollo a far condannare per stregoneria la zingara Esmeralda nel "Notre Dame de Paris" di Victor Hugo: "E maledico te, perché di te non vivo!".

Ma, allora, Amore e Odio sono le due facce della stessa medaglia? Forse sì, perché entrambi i sentimenti scaturiscono dalla passione. Ma quando la passione sfocia in violenza allora non è amore, ma solo desiderio di possesso.

"Un lungo cammino inizia sempre con un piccolo passo"

Questa citazione di Mao Tse Tung mi è tornata alla mente dopo aver letto un articolo sugli scarabocchi. Non ridete. Un'indagine pubblicata sulla rivista "Science" li nobilita: servono a ordinare le idee. Illustri scienziati, dopo averne documentato il valore in uno studio assai raffinato, suggeriscono agli insegnanti di farne oggetto di attenzione e di inserirli addirittura nell'educazione moderna. Sembra infatti che i ragazzi, con gli scarabocchi, esprimano la loro personalità meglio che nel leggere e nel far di conto, diventando più creativi e comunicativi.

L'articolo ha risvegliato in me ricordi della mia infanzia, quando mi dilettavo a scarabocchiare tutti i miei libri di fiabe. Inutilmente i miei genitori tentavano di impedirmelo, spiegandomi che rovinavo i libri per assecondare un capriccio. Era più forte di me, un bisogno inconscio che non riuscivo a reprimere. Lo stesso bisogno che, qualche anno dopo, mi suggeriva di "fermare su carta" le mie fantasie, facendomi riempire di parole interi quaderni; parole che poi ricopiavo diligentemente sul PC. Anche in questo caso mi fu fatto notare che scrivere a mano era una fatica inutile, quando potevo scrivere direttamente sul PC. E qui mi sovviene di aver letto un articolo al riguardo, in cui si sottolineava l'importanza della scrittura a mano per lo sviluppo della creatività e della fantasia. Guarda caso - ancora una volta - il mio istinto mi suggeriva di fare quel che poi gli "illustri scienziati" avrebbero consigliato di fare a chi, come me, amava scrivere.

Chissà... forse quegli scarabocchi di bambina sono stati il mio primo piccolo passo verso la scrittura.

La coscienza di Zeno, ovvero la scrittura come terapia

In quest’opera il protagonista Zeno Cosini, afflitto da un persistente malessere interiore, si rivolge al suo psicanalista, il dottor S. (presumibilmente ispirato a Sigmund Freud). La soluzione proposta dal medico non è clinica, ma artistica: gli consiglia di scrivere un’autobiografia della propria vita.

Nel romanzo Zeno richiama le tappe fondamentali della sua esistenza, attraverso la riflessione sui momenti più significativi del suo rapporto con gli altri (il padre, la moglie, l’amante, il cognato, lo psicanalista). Alla fine del romanzo Zeno arriverà alla conclusione di non essere affatto malato e che l’unica soluzione per cancellare il suo malessere interiore è l’accettazione dei propri  limiti e la saggezza di ironizzare sulle debolezze sue e degli altri.

La coscienza di Zeno presenta una struttura particolare, in quanto scritto in prima persona e sotto forma di diario. Inoltre i fatti non sono narrati in ordine cronologico, ma i piani temporali si intersecano tra loro, rappresentando in questo modo l’identità frantumata del protagonista. Zeno non è una figura a tutto tondo, ma una coscienza che si costruisce attraverso il ricordo.

Secondo Svevo la scrittura è l’unico mezzo che possa evitare di dimenticare i momenti importanti della propria vita. Attraverso la scrittura è possibile rivivere gli stessi sentimenti e le stesse esperienze vissute in passato e che nella realtà sono spesso represse. La terapia a cui si è sottoposto Zeno consiste proprio in questo: rivivere attraverso un memoriale le esperienze più significative della propria vita. All’inizio Zeno vede la terapia come un’imposizione che lo costringe a prendere coscienza della sua malattia e a riflettere sul suo passato, ma in seguito egli considera la scrittura come un mezzo per curare se stesso e il proprio Io.

Il messaggio di Svevo, dunque, è questo:

“Bisogna scrivere il racconto di noi stessi, col quale è possibile conservare la propria identità.  Scrivere di sé può aiutare a stare meglio.  La scrittura non può cancellare la sofferenza, ma può essere un mezzo per prenderne la distanza”

Elogio alla semplicità

Molti di noi, a scuola, hanno sicuramente provato ad utilizzare frasi contorte e viaggi di fantasia per cercare di apparire intelligenti agli occhi dei professori. Ma purtroppo non funziona così! È stato dimostrato che più un testo è scritto in maniera complessa, più la stima dell'intelligenza dell'autore si abbassa. Le parole semplici fanno insorgere in noi una sensazione di piacere. Tramite elettromiografia, è risultato che leggere un testo semplice produce piccoli sorrisi, cosa che invece non avviene quando il testo è di difficile comprensione. Il nostro cervello dispone di due principali metodi di ragionamento: quello conscio - lento e analitico - e quello inconscio - rapido e impulsivo. Quando si affronta qualcosa facile da fare, si ragiona più velocemente. Questo non è necessariamente un bene o un male, ma semplicemente un effetto standard per il quale tendiamo a preferire "l'opzione più semplice". Tutto questo, una volta che si sa, sembra abbastanza scontato, ma metterlo in atto non lo è affatto! Le persone hanno spesso timore di prendere la via più semplice, perché pensano di apparire stupide, mentre affrontando qualcosa di più complesso potrebbero apparire più intelligenti. Niente è più lontano dalla verità! Come i matematici cercano la formula più breve per descrivere un fenomeno complesso, anche noi dobbiamo puntare alla semplicità. Perché è qui che si trova la bellezza... e la mente umana, come abbiamo appena visto, non riesce a resistergli!

Le stagioni della vita

Un uomo aveva quattro figli. Egli desiderava che i suoi figli imparassero a non giudicare le cose in fretta, per questo, invitò ognuno di loro a fare un viaggio, per osservare un albero, che era piantato in un luogo lontano. Il primo figlio andò là in Inverno, il secondo in Primavera, il terzo in Estate, e il quarto, in Autunno. Quando l’ultimo rientrò, li riunì, e chiese loro di descrivere quello che avevano visto. Il primo figlio disse che l’albero era brutto, torto e piegato. Il secondo figlio disse invece che l’albero era ricoperto di gemme verdi e promesse di vita. Il terzo figlio era in disaccordo; disse che era coperto di fiori, che avevano un profumo tanto dolce, ed erano tanto belli da fargli dire che fossero la cosa più bella che avesse mai visto. L’ultimo figlio era in disaccordo con tutti gli altri; disse che l’albero era carico di frutta, vita e promesse. L’uomo allora spiegò ai suoi figli che tutte le risposte erano esatte poiché ognuno aveva visto solo una stagione della vita dell’albero. Egli disse che non si può giudicare un albero, o una persona, per una sola stagione, e che la loro essenza, il piacere, l’allegria e l’amore che vengono da quella vita può essere misurato solo alla fine, quando tutte le stagioni sono complete. Se rinunci all’inverno perderai la promessa della primavera, la ricchezza dell’estate, la bellezza dell’Autunno. Non lasciare che il dolore di una stagione distrugga la gioia di ciò che verrà dopo. Non giudicare la tua vita in una stagione difficile. Persevera attraverso le difficoltà, e sicuramente tempi migliori verranno quando meno te lo aspetti! Vivi ogni tua stagione con gioia.